SOTTOBOSCO di Simona Castiglione

di Alessandro Russo

Da un po’ di tempo, qualunque cosa faccio, non va bene. Questo lo dice Laura, mia moglie.
Stasera, finito di cenare, ne ho l’ennesima riprova.
«Alessandro, -mi rimbrotta la signora Russo- ho qui la tua bozza di recensione di Sottobosco. Affermi che la trama ricalca integralmente il testo di due canzoni di Franco Battiato: ‘E ti vengo a cercare’ e ‘La cura’. Poi scrivi che è un romanzo incatenato alla Storia, una lettura inquieta e appassionante sulla fragilità dei nostri tempi. Mi sta bene, o.k. Però non dai spazio al registro linguistico di Simona Castiglione, né al livello culturale del libro: tutte cose da citare. Ricapitolando: presentazione sintetica e contenuti poco persuasivi».
Incasso stringendo tra due dita una tazzina colma di tisana rovente. Sorseggio.
«Insomma, -la mia sposa riparte sgommando come una Ferrari imbizzarrita- devi metterci mano daccapo. Questa volta, però, inizia con l’evidenziare l’incipit che è dirompente più d’un escavatore e prosegui con l’eccellente caratterizzazione dei personaggi da parte dell’autrice. Non dimenticare di aggiungere che la struttura è una spirale incantata popolata da streghe, passerotti, bicchierini di vodka e clatite al formaggio».
Venti minuti in là, allorquando prendo carta, penna e calamaio, scrivo nel primo rigo che Sottobosco di Simona Castiglione (Ed. Ratio et Revelatio, 2014, pg. 221, 12) dedica molto spazio alle schermaglie matrimoniali.
Sandro –vado avanti nella riga successiva- è un bimbo di venti giorni con la testa piccina come il palmo di una mano. Sua mamma non è in grado di tenerlo in braccio; il suo serbatoio d’energia è desolatamente vuoto e altro non fa che avvitarsi su se stessa. Ha la depressione post-partum, ascolta il ticchettio dell’orologio biologico e non può badare al pargolo. Lo sostiene un luminare della psicologia. Gli occhi della baby-sitter di Sandro sono verde smeraldo e i suoi capelli sono color del grano. Non sa ella una sola parola d’italiano; viene da un paese lontano lontano, ricco di aromi medicamentosi e strade polverose. La vicenda è attraversata da una commistione tenebrosa carica di tensione fin quando le due donne si scambiano il destino in un abbraccio avvolgente come una cintura di cuoio stretta alla vita. La scrittura della Castiglione la definirei fotografica, perché non punta a un mero godimento estetico. La sua strategia narrativa è intrisa di tormento e ha il sapore di un decotto incandescente. Erbe tritate messe a bollire in acqua sorgiva spargono una gustosità perforante che ti mette sottosopra. Lì per lì la degustazione ti cinge d’assedio in un caldo ristoro; poco oltre, senti un’improvvisa fitta di dolore appena sotto lo sterno, quasi una coltellata.

simona castiglione
«La Moldavia, –giura la ‘catanesissima’ Simona- è terra arcaica, magica, selvatica. Da quelli parti -per dirla con Baudelaire- la Natura è un tempio. I suoi abitanti sono efficienti e generosi ma anche nostalgici e addolorati. Sottobosco è un romanzo dove la natura ha ampio spazio, in alcuni punti si arriva addirittura a un vissuto fusionale fra le protagoniste e i paesaggi che le circondano. Ambienti come il bosco della Moldavia e il nostro mare diventano un inconscio collettivo, dove sentimenti, emozioni e pulsioni si confondono.
Spero che questo libro serva alla mamme in difficoltà per sentirsi un po’ meno sole. In questa società di famiglie mononucleari, giovani madri abbandonate a sè stesse sono costrette a riprendere anzitempo una frenetica vita lavorativa. Da sempre mi occupo di ciò che si nota poco, degli invisibili e delle loro storie, di quel sottobosco che regala immense sorprese in termini di umanità. Prima che una sfida letteraria, il racconto di un dolore nascosto e taciuto lo ritengo un dovere morale. E poi c’è un altro tipo di invisibilità che va raccontata: quella dei migranti, specie se clandestini. Molti casi di patologie psichiche sono dovute all’emigrazione: c’è chi non regge il dolore della separazione e chi fallisce miseramente nel suo intento di rifarsi una vita altrove. Quando ricompaiono a casa, queste persone perdono la testa. Gli uomini fanno stragi familiari, le donne si lasciano andare a depressioni profonde, dalle quali quasi mai tornano indietro».

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