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SICILIAONPRESS: G.M.PISCOPO INTERVISTA ALESSANDRO RUSSO
aprile 25, 2016
UN TAGLIO NETTO AL CASTELLO LEUCATIA DOMENICA 8 MAGGIO 2016 ore 17,30
aprile 29, 2016

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    “Angelica” di Alessandro Russo (un racconto inedito) 

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Originalità è tornare alle origini                                                                                      Antoni Gaudì                                                                                                                                                                               2Disegno di Enzo Salanitro       

  

Mi è stata oggidì riferita una vicenda capitata nel cuore della Sicilia ad Angelica Messina, una damigella di diciott’anni e soffici curve. Questo fatto raccontatomi non è successo ieri e manco settimana passata bensì a inizio Novecento, ma ciò ha scarsa importanza perché il tempo, nevvéro,  esiste solo per non far accadere le cose tutte assieme. Non va taciuto poi che clessidre ad acqua, meridiane equatoriali, quadranti luminosi, bastoncini combustibili e ogni genere di diavolerie elettroniche che fanno tic-tac potrebbero un dì fermarsi. Quando ciò accadrà -come recita uno studio dell’Università di Salamanca  ogni cosa apparirà congelata in una sorta di fermo immagine che durerà per sempre.

A ogni buon conto rieccoci alla nostra giovincella; elegante nei tratti e nell’incedere, sopracciglia folte e capigliatura voluminosa, porta ogni volta con sé l’incanto focoso dell’essenza femminile. Prima viepiù di intinger la penna nella parte interna del calamaio, indugio un pochino sul suo viso colorato dal sole e sul suo petto in costante tumulto, non senza aggiungere che la donzella è vivace, astuta e ingegnosa. Di tanto in tanto durante la giornata assume un’aria severa e ostinata ma in realtà è quasi sempre cortese e amabile. Ho fiducia che non sia sbagliato buttar adesso giù che è ella venuta alla luce in una borgata rocciosa tra peloritani e nebrodi, sul cocuzzolo di una montagna circondata da un millenario patrimonio di querce e castagne. Suscita ammirazione in chiunque vi transiti codesta amena località e porta il nome di Cerami, una parola che discende da Keramos che significa argilla cotta. Per raggiunger siffatto paesello, nondimeno, si gironzola in mezzo a una stretta serie di tornanti di un’immensa valle boschiva e ci vogliono più di quattr’ore di carrozza. Mi par ora cosa ragionata attardarmi sulla visione del cosmo contraddistinta da strabiliante frivolezza tratteggiando scenari culturali e umori artistici di una Belle Epoque che contagia da per tutto l’Europa intera. Un caleidoscopico scoppiettio di eleganti vetrine, manifesti pubblicitari e inarrestabili rivoluzioni tecnologiche acciò che si creda la vita più sorridente. Orbene nell’isola di Sicilia non c’è luce elettrica, nessuno ha in casa il gabinetto e l’analfabetismo è la regola. Quivi, in un continuo ribollire di tensioni sociali, germogliano intrallazzi e padrini, arretratezza civile e povertà, corruzione e banditismo.

Torniamo ad Angelica che frattanto non è più zitella ma ha uno sposo che lavora con falce e zappa: ara, semina, miete e sgarretta bestiame. Conosciuto come Vincenzino Trapani, è questi un ometto rotondo dall’aria pacioccona e due occhi grandi come il mare. Proviene da un pittoresco centro agricolo che domina le valli del Salso e del Simeto e che si arrampica sul Monte Teja, Agira, una parola  che viene da Arguros, ossia argenteo. Nel rispetto dei dettami dei fruscii magnetici del vento, un po’ qua e un po’ là abitano Angelica e il di lei consorte: un pomeriggio a Cerami, quello dopo ad Agira e poi di nuovo a Cerami. Ai due, rampolli di un ceto benestante commerciale (lei) e terriero (lui), mai fanno difetto pane e companatico. Epperò il sacro legame che li stringe vicendevolmente -che poi altro non è se non il legittimo codice della reciproca appartenenza- non parrebbe propriamente benedetto dal cielo. Ogni giorno, allo spuntar del sole, un grappolo di comare e comari si accresce torno torno, si fa gregge e mormora incessante. Nel silenzio di vicoli, viottoli e piazzette svelto è l’inceder di un vespaio di ondivaghi chiacchiericci. Sul fuoco incrociato di pettegolezzi e maldicenze oltre non vado, giacché la mia prosa correrebbe il rischio di disarticolarsi. Per intanto –questo lo dico in modo inequivocabile- scappano a frotte i cittadini siculi e dentro il loro cuore c’è l’uzzolo di un’esistenza migliore. La cessano di poltrire e galoppano verso l’eldorado americano, dove ogni cosa è enorme, perfino la volta celeste si mostra più immensa ed è facilissimo mettersi in tasca dollari a palate. Da quelle parti, nel quartiere di Broccolino della città di Nuova Iorca, ci sono palazzi alti cento piani in ogni dove, le strade si chiamano avenue e sono tutte lastricate d’oro.

Dal momento che inarrestabile la vita dimena il suo soffio, una domenica di primavera solo in apparenza uguale alle altre, terminata la messa di mezzojorno, la smette Angelica di recitar Avemmaria e Patrinostri. Tosto, forse per la noia accumulata, intanto che la zagara spande il suo profumo dolce su terreni, animali e persone, comincia col canticchiar “Arrivederci, Trinacria mia…”. E finisce per ritrovarsi impresto (sotto coperta e con al seguito il suo coniuge) all’interno del ventre di una gigantesca imbarcazione capace di solcar gli oceani dell’intero mappamondo. A bordo ci sono carrettieri, mugnai, cocchieri, braccianti, calzolai, droghieri, artigiani, pastori, vinai, manovali, mercanti e barbieri. E ancora buonannulla, scapestrati, vagabondi e malfattori. Paiono in un momento duemila anime del Purgatorio, in quello dopo altrettanti topi in trappola. Eppure ciascheduno è lì a cercar fortuna: esportar agrumi o vender patacche, ovvero costruir ponti, ferrovie e grattacieli, o far saccheggi, inganni e ammazzamenti. Rigonfio assai di angoscia è il cuore del bastimento: rabbrividisce, poi sobbalza, infine sparge gemiti, strilla e  gocce di pianto. Venti sono i giorni di viaggio, per cena la solita zuppa fredda di pane e cipolla, poi ci si appisola nelle cuccette d’acciaio. Poi, finalmente, come una patella allo scoglio il colossale ferri-botti fumante si appiccica alla piattaforma messa dal Creatore a guardia della terra promessa. Laggiù, sotto gli occhi di una gigantesca Statua della Libertà, una pattuglia di medici contrassegna col gesso la schiena di chi non è in regola in quanto a denti, occhi e ragione mentale. Per essi non si schiudono le porte del paese della cuccagna, anzi devono subito reimbarcarsi sul piroscafo: perciò questo posto lo chiamano isola delle lacrime. A chi rimane sulla terraferma tocca scriver nome e cognome, luogo di nascita, appartenenza al sud o al nord dell’Italia, precedenti penali, colorito di pelle, statura, lingua e religione. E bisogna dire la verità, chè nella Merica proferir menzogna è peggio di far ruberie.

Dannazione, la mia stesura sta facendosi singhiozzante e zeppa di zone d’ombra. Ma, peggio di tutto, ho la sensazione di esser tornato di nuovo al punto di partenza. Giacchè gravido di tensioni è l’intreccio delle mie affastellate locuzioni, la finisco di tener a bagnomaria siffatta storia. Ordunque provo a riprender il filo e riportar i fatti così come mi son stati or ora raccontati. Più di un secolo orsono, sull’isolotto di Ellis Island, mezz’ora prima dell’imbrunire di un giorno di maggio, involontariamente Angelica calpesta il piede mancino di un tale bianco come un fantasma e secco come un grissino e colla giacca marchiata sul dorso con una grande X. Con tono garbato al tizio chiede solerte lei perdonanza. “Nessun incomodo e neppure dolenza, principessa, –riprende, scrollando il capo, quello- tosto spero non abbia lei avuto indolimento all’atto di cader giù dal firmamento“. Sbarcati di fresco in quel di Nuova Iorca, colà si stabiliscono con la grazia del Signore Angelica e consorte. Si dedica lei in casa al mestiere di sarta mentre egli gestisce la drogheria Don Vincenzino a meno di mezzo miglio dal loro appartamentino d’alloggio ad Elizabeth Street. Passano sei mesi e, vittima d’un attacco d’appendicite che diviene lì per lì peritonite, in un ospedale di New York City tira le cuoia in un bagno di sudore Vincenzino Trapani. Di lì a poco, appronta fagotto Angelica: abbandona il nuovo mondo e ricompare a capo chino nel vecchio Continente. Non appena in Sicilia, scappa ad Adernò, una cittadina dedicata al dio siculo della guerra che si estende sulle pendici sud del Mongibello. Costì, quella di nuovo s’imbatte (codesta volta intenzionalmente) in Nicolò Avellino, inteso ‘u malateddu, il muratore capace di smarrir per lei l’anno prima la trebisonda nel casermone di Ellis Island e tramutarsi financo in poeta. Orbene, non molto tempo più in là, nella chiesetta dei Cappuccini di Adernò si maritano Angelica e Nicolò. Al calar della sera del sette di novembre dell’anno millenovecentosessantasette vola in Paradiso Angelica Messina. Avviene sotto un cielo limpido e stellato, in una città della Sicilia posta sulla sponda di levante e il cui nome proviene da Katane cioè grattugia. Trascorsi quindici minuti o giù di lì, nella stessa Catania, spunta sulla terra il suo quindicesimo bis-nipote, che sarei poi per l’appunto io.

 

 

 

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