Maurizio Giuseppe Piscopo

Gaetano Savatteri nato a Milano nel 1964 da genitori originari di Racalmuto è un affermato giornalista e scrittore italiano. Ha scritto numerosi libri: “La sfida di Orlando”, ”Voci del verbo mafiare”,”Ladri di vita”, “L’Attentatuni”,”La congiura dei loquaci”, “La ferita di Vishnskij”, “I siciliani”,”Gli uomini che non si voltano”, “Strani nostrani” ”I ragazzi di Regalpetra”, “Malgrado tutto” ed altri testi. Inviato del Tg5 è uno dei volti più noti del giornalismo.

 

Come e quando nasce la tua passione per la Scrittura?

Nel mio caso è una cosa che mi trascino da ragazzino. Ero alle elementari quando scoprii l’Olivetti Lettera 32 di mio padre. Io che avevo, e ho ancora, una grafia disordinatissima, restai affascinato da quella macchinetta che metteva in ordine le parole, con i giusti spazi tra una riga e l’altra. Proprio in quegli anni, con un mio amico, ci venne l’idea di fare un giornale di cinque pagine, si chiamava “I gatti di via Puccini” dal nome della strada dove vivevamo, con disegni e testi. Ne stampammo quattro copie, con la carta carbone. Credo che la passione per la scrittura sia nata a Roma.

 

  Come vive uno scrittore di Racalmuto a Roma? 

Come qualsiasi altra persona. Ho fatto il conto che a Racalmuto, in realtà, ho vissuto stabilmente solo per cinque anni della mia vita. Però quel paese, il paese della mia famiglia, è sicuramente il luogo dell’anima, della memoria, della formazione adolescenziale. Insomma, un paese imprescindibile della mia vita.

Sei tornato a “Regalpetra” a dodici anni con la tua famiglia, che cosa ricordi di questa esperienza?

Non fu un ritorno felicissimo. Prima che la mia famiglia decidesse di rientrare a Racalmuto, vi avevo trascorso solo le estati. Andarvi a vivere stabilmente, affrontare gli inverni di un paese dell’interno della Sicilia, con le strade vuote e spazzate dal freddo, non è stato un impatto facile. Venivo da una città come Milano ed ero proprio nell’età in cui si aspira a grandi spazi, grandi metropoli piene di luci e di negozi e di folla. Racalmuto fu una specie di salto nel tempo, c’erano ancora gli ultimi contadini con i muli e una certa povertà in paese. Ma a Racalmuto ritrovai le mie radici, si dice così, quelle della mia famiglia. E subito dopo ci fu la scoperta di Regalpetra, un luogo letterario che rendeva affascinante quel paese che sembrava rimirarsi nello specchio dei libri di Leonardo Sciascia, tirandone fuori una dimensione mitica.

 

“Malgrado tutto” è stata una grande esperienza formativa, in quel giornale hanno scritto: Sciascia, Consolo, Bufalino, Bonaviri. Che cosa hai appreso da questi grandi Scrittori?

E’ giusto precisare che i ragazzi che fondammo quel giornaletto per vari motivi, a partire dalla differenza di età, non potevano diventare amici di quegli scrittori. C’erano incontri fugaci, magari in occasione di interviste o manifestazione pubbliche. A me e al mio amico Giancarlo Macaluso quel giornale servì a costruirci un po’ da autodidatti i rudimenti del giornalismo che poi avremmo imparato meglio sotto la direzione di Egidio Terrana, che disincrostò alcune nostre goliardate giovanili, e in seguito nelle redazioni in cui abbiamo lavorato. Certo, il confronto con quegli autori, che magari incontravamo sporadicamente, ci fornì un supplemento di attenzione e di consapevolezza per capire che quello che stavamo facendo, quel nostro piccolo giornale, era un gioco serio, al quale potevano affezionarsi anche scrittori importanti. Era una bella responsabilità per dei sedicenni.

Che cos’è per te la Letteratura?

Domandone. Non so rispondere. Posso dirti che per me la scrittura è sempre legata e ancorata alla realtà. Per dirla più bruscamente: credo in una letteratura “sociale”, come si diceva un tempo. Cioè, una letteratura che si occupi del tempo attuale, dei problemi collettivi, delle questioni aperte. Anche per questo mi piace passare dal romanzo al saggio, dal libro di fantasia al reportage giornalistico: è un modo per non smarrire l’aggancio con la realtà.

 

Tu hai lavorato al Giornale di Sicilia,  all’Indipendente e poi nel Tg5, qual è il tuo rapporto con la televisione?

Dietro ogni libro, articolo, servizio televisivo c’è sempre l’esigenza di raccontare una storia. La notizia è sempre una storia, piccola o grande, nazionale o internazionale. Pippo Fava diceva “Dietro ogni notizia, miserabile o istituzionale, bella o brutta, c’è sempre la storia di un uomo”. Ecco, la cronaca innanzitutto come racconto. Racconto di uomini, di drammi, di tragedie, di farse, di buffonerie. E questo vale sui giornali come in televisione.

Spesso ti abbiamo apprezzato in Tv come inviato speciale a trattare argomenti delicatissimi.  Nei tuoi servizi c’è sempre una grande umanità e un grande  rispetto per tutti, anche il tono della voce rimane pacato. Tu entri nelle case in punta di piedi, lasciando che lo spettatore si crei una sua idea, senza “condannare” nessuno! Da chi hai appreso questo stile giornalistico?

Forse viene proprio da quello che abbiamo appena detto. Il racconto chiede sempre una certa distanza, affinchè le cose si compongano da sole e il lettore o lo spettatore possa tirare le sue conclusioni, nutrire un dubbio, conoscere qualcosa. Quand’ero molto giovane, ero al Giornale di Sicilia a Palermo, scrissi una notizia di cronaca su una ragazza morta d’overdose. Per me erano cinquanta righe, un articolo quasi di routine. L’indomani, con il giornale in mano aperto sulla pagina del mio articolo, trovai ad aspettarmi davanti alla redazione il padre di quella ragazza. Diceva che sua figlia non era drogata. Non era arrabbiato, ma distrutto per la vergogna che tutta la città avesse letto la notizia di sua figlia uccisa dalla droga. Volle portarmi all’obitorio, e ci andai. Mi scoprì davanti agli occhi il cadavere di quella ragazza, per farmi vedere che non aveva sulle braccia i segni dei drogati. Piangeva e mi mostrava il corpo di sua figlia. Restai sconvolto, da allora giurai a me stesso di ricordarmi sempre che dietro ad ogni notizia c’è una donna, un uomo, un padre, un figlio, una persona e il suo dramma.

 

Qual è la ragione per la quale molte persone disertano i Tg e si allontanano dalla carta stampata?

Quando Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, si chiuse per sempre la lunga epoca dei conventi dove gli amanuensi lavoravano ai codici miniati. Fu la fine di un periodo storico, il tramonto definitivo del Medioevo. Oggi, con internet, si sta ripetendo lo stesso cambiamento epocale. La facilità di informarsi sul proprio telefonino o da casa sul computer ci allontana dai media tradizionali. Non so dove andremo, ma da qualche parte di sicuro andremo.

Cosa pensi dei premi letterari?

Ne ho presieduto uno, il premio Sciascia-Racalmare, quindi cosa posso pensarne? A parte gli scherzi, credo che premi come il Racalmare abbiano un senso quando portano tra la gente i libri e i loro autori. Per questo, durante la mia presidenza, ho voluto che ci fosse una giuria di lettori che leggeva i libri in anticipo e che poi li votava, a scrutinio segreto, davanti agli autori finalisti, nella piazza di Grotte dove si svolgeva la cerimonia conclusiva. Credo sia l’unico modo per ristabilire il rapporto tra i lettori e il libro, tra l’autore e i suoi lettori. Altrimenti, prevalgono altre logiche, di tipo editoriale. Ma fare quel premio, nella provincia di Agrigento, l’unico in Italia dedicato a Sciascia, con una giuria di lettori coinvolta, è stata un’esperienza entusiasmante. Peccato che il Comune di Grotte abbia deciso di ammazzare il premio Sciascia-Racalmare, è una colpa imperdonabile.

C’è una maniera per redimere Palermo e la Sicilia?

Altra domandona alla quale non so rispondere. Forse dobbiamo abbandonare questa idea dell’irredimibilità di Palermo e della Sicilia che sta diventando un po’ ripetitiva. Dirlo negli anni Ottanta, quando c’erano mille morti ammazzati in tre anni aveva un significato. Ripeterlo nel 1992, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, aveva un altro senso. Dirlo oggi ha un altro senso o forse non ha più senso. Palermo e la Sicilia sono realtà che cambiano e che sono cambiate, per alcuni aspetti in meglio, per altri in peggio. Se invece la domanda riguarda l’economia dell’isola, allora non so veramente rispondere. Ma credo che non sappiano rispondere nemmeno i governanti e gli economisti.

Qual è il maggiore difetto dei siciliani e il maggiore pregio?

Il difetto è quello di parlare troppo di se stessi. Ma forse è anche il loro pregio.

E’ ancora attuale “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa?

Dal punto di vista letterario è un grande libro, ancora attualissimo. Se, invece, dal Gattopardo prendiamo solo la frase “tutto cambi perché nulla cambi”, facendola diventare slogan sociale o condanna morale, allora non sono d’accordo. A parte il fatto che lo stesso principe di Salina, alla fine del libro, ormai morente, ammette che tutto è cambiato in Sicilia con l’arrivo di Garibaldi e l’unità d’Italia. Ma soprattutto questa vulgata, che è spesso l’alibi di una certa mentalità siciliana, e non solo siciliana, che non vuole cambiare niente, non corrisponde alla realtà. Fissare la Sicilia come una terra immutabile e disperata è un vecchio modo di vedere la storia passata e presente della Sicilia, come di tutto il mondo. Non esistono realtà sociali immutabili, nemmeno la Sicilia.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Scrivere dei libri che mi appassionino e che riescano ad appassionare.