“Pippo, il Re delle pernacchie” di Alessandro Russo

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“Pippo, il Re delle pernacchie” di Alessandro Russo

IMG_1518 SCANSIONE PERNACCHIA

Pippo    pernacchia

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1993-03-16_LaSicilia Pippo, il Re delle pernacchie

Buongiorno.
In ogni articolo che si rispetti i ringraziamenti si scorgono in coda all’elaborato; nondimeno viceversa si apre oggi il mio. Propriamente con un tributo di sincera gratitudine a cantautori, poeti, scrittori e artisti che hanno solennizzato un uomo vissuto nella seconda metà del secolo scorso ai piedi del vulcano più alto d’Europa. Immortalato dal pittore francese Cristian Bernard, il suo ritratto spicca in un murales del bar Mokambo di Taormina mentre una sua foto in primo piano la copertina del Times anni fa guadagnò. È grazie a questi signori se tuttora egli sosta oltre i confini delle leggende nostrane.
«Chi era in realtà Pippo? -si chiede Domenico Trischitta- Era l’ultimo testimone e, nello stesso tempo, personaggio del mondo brancatiano. Percorreva in lungo e largo i marciapiedi di via Etnea, dispensando sorrisi, ghigni beffardi e sonore pernacchie ai pochi nobili decaduti o agli impettiti politici che facevano passerella per elemosinare voti. Si era autodecorato con tre medaglie che gli penzolavano sulla giacca nera e unta di grasso».«Non sapremo mai –prosegue Aldo Motta- se Giuseppe Condorelli detto ’Pippo pernacchia’ fosse veramente babbo. O non piuttosto troppo sperto. Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi proiettavano candore e furbizia, dolcezza e scaltrezza; erano un insieme di sottile ingenuità mista ad una gentile velatura di mascalzoneria. Il suo viso rotondeggiante era spaccato da un sorriso permanente, bonario e forse anche misterioso.‘Frati mio –mi disse una volta-cu sti quattru sordi ca mi dati, a pernacchia mi nesci vascia e lenta’».«La pernacchia di Pippo –così Salvatore Scalia- s’innalzò in un ultimo acuto che incrinò l’aria cristallina della sera primaverile, sfiorò i balconi per perdersi tra i tetti bui, infine si esaurì in un lungo malinconico lamento».
Ora è sconfortata e ha smarrito il proverbiale humour ma, all’inizio degli anni Sessanta, questa città chiamata Catania è l’opulenta Milano del sud. L’atmosfera sognante della sua realtà urbana, dal salotto buono al cuore pulsante, la innalza a una delle più belle del reame. Quivi c’è la pasticceria svizzera Caviezel che rimane in via Etnea, di fronte al piccolo gioiello liberty incastonato tra due antichi palazzi: il cine Sala Roma. Colà
un giovanotto riccioluto e piccolo di statura ha creato il suo quartier generale. Ha poco più di trent’anni, una rada peluria sul viso da simpatica canaglia e un cappellino di paglia in testa. Indossa camicia a fiori e giacca da yachtman con bottoni dorati, i suoi pantaloni di colore blu son lisi e spiegazzati.
Pippo è un talento della natura, un personaggio la cui nomea s’estende dalla costa ionica fin a Mascalucia, Belpasso e Sigonella. Ha una funzione sociale, perché quando qualcuno vola più in alto della quota di competenza, scende in campo con arte e indirizza un chiaro messaggio al destinatario. Delle pernacchie, in fin dei conti, è il Re ma anche un po’ il Robin Hood. Porta pollice e indice alla bocca e con prepotenti deflagrazioni gli fa capire che è il caso di ridimensionarsi. Tali spifferi irrispettosi costano poche lire ma se paghi il doppio, può darsi che tremi tutta la via Etnea dai Quattro Canti fin al Duomo e a Porta Aci. L’intera città è sbeffeggiata dai frastuoni stravaganti del suo irridente trombone; per il suo esser senza tempo e convenzioni, per gli stentorei virtuosismi e la vita randagia suscita un oscuro turbamento nei concittadini. «Pernacchie così –ripetono i passanti- non ne fabbricano manco alla Fiat di Torino». «Chissà chi – dicono-gli prepara da mangiare e chi gli assicura un tetto e un letto». Se gli si domanda «Pippo, ma perchè non ti sposi?» il giovanotto s’accarezza la barbetta e poi fa: «No, perchè poi mi si sciupa il viso».«Pippo pernacchia –parola di Piero Corigliano- è un vecchio fanciullo con gli occhietti da topolino, l’espressione un po’ beffarda, un po’ trasognata e un segno particolare sul labbro inferiore, una specie di tumefazione come quella del grande Armstrong. La sua popolarità supera quella di un deputato. Pippo è un grosso commerciante. Vende pernacchie. Ci vive. Potrebbe diventare ricco se lo volesse. La sua produzione fragorosa, inconfondibile e, fortunatamente, inodore, trova numerosi acquirenti. Un non siciliano stenterebbe a credere che si possa campare tranquillamente prendendo a pernacchie il prossimo. Pippo non è un filosofo che protesta contro una società sperequata e malefatta; né s’intende di politica: è soltanto un istintivo che dileggia il prossimo per servirlo. A suo modo, è un uomo felice».
È un sicario, ma non uno comune: un giullare buono camuffato da esecutore. Gli autobus di linea e quelli dell’Etna Trasporti lo portano con sè e lo mostrano come un trofeo: i conducenti alleviano la noia e si donano uno sfizio. Non appena scende giù, quello comincia a spernacchiare uomini e cose da un marciapiede all’altro. Come una stella del varietà, dapprima accenna un lieve inchino poi allarga in modo solenne le braccia; avvicina la mano alle labbra, gonfia le guance e s’esibisce con maestria. Col viso stravolto e grottesco, sorride beato e s’illude di aver il mondo ai piedi. Con la bella stagione si spinge in quel di Taormina e lo si vede bazzicare in corso Umberto a incuriosir i turisti americani che lo pagano bene per sbeffeggiare connazionali e travestiti di passaggio. Quando scompare dalla circolazione, la gente di Catania sta in angoscia fin quando Pippo non fa di nuovo capolino alla stazione, alla plaja o in via delle Finanze.
Passano gli anni, il signor Pernacchia invecchia e si trasforma in una specie di clochard con barba grigia, braccia mulinanti e consueto sguardo di lince. Cappello da cowboy, aspetto trasandato, giubba scura con patacche lucenti: non più super-eroe ma fenomeno da baraccone. Ora l’andatura è caracollante come quella delle galline, indossa una stella da sceriffo sul petto e va in giro vestito più modestamente. In città l’atmosfera si fa nuvolosa, da tempo il volto fiero e ironico della Milano del sud non c’è più. Giuseppe Condorelli ha l’animo d’un bambino e i catanesi lo amano ancora; se qualcuno, però, gli grida «Talia cu c’è Pippo ‘Sala Roma’», perde le staffe e risponde con parolacce. Nessuno ha mai capito il perché.
«Mille lire una pernacchia, -ripete per le strade- duemila lire due pernacchie». Le sue vittime sono sempre i palloni gonfiati e -oggi come ieri- più importante è il bersaglio, più alta la tariffa. «Se non sei nell’attenzione delle pernacchie di Pippo, -è vox populi negli anni ottanta- non sei nessuno». Epperò i suoi motteggi hanno ancora un suono struggente, quasi celestiale che si ode a cento metri di distanza. «A chi si congratulava con lui –insiste Aldo Motta- per le tante onorificenze ricevute, rispondeva con modestia, mentre i suoi occhi birbanti lampeggiavano di contentezza: ’Sugnu sulamenti cavaleri’». «Quel giorno –riprende Domenico Trischitta- era felice, era il 27 settembre, e ogni 27 andava a riscuotere lo stipendio dal suo datore di lavoro, il capo redattore de La Sicilia Piero Corigliano, che gli elargiva generosamente una somma per la sua singolare professionalità di artista dello sberleffo sonoro. Ma mentre gli dava il denaro, il giornalista si accorse che il fazzoletto di Pippo era sporco di sangue, gli chiese come mai e lui disse di essere raffreddato. Erano i primi sintomi di un tumore alla gola che lentamente gli avrebbe spento lo strumento e la vita».
«Quando Pippo morì, -congiunge il cerchio Santo Privitera- nella sua bara ci entrò così: con i suoi ‘allori’ conquistati grazie alle ‘colonne sonore’ intonate con maestria ai più meritevoli».
È il quindicesimo giorno del mese di marzo dell’anno domini millenovecentonovantatre.
«Ma vu ricordati a Pippo –canta Vincenzo Spampinato- ca calava a via Etnea ca so stidda da sceriffu, sutta o suli o si chiuveva. Era bonu era cuntentu ca so funcia e li mustazzi, chi pirnacchi a lu guvernu ca trimavunu i palazzi. Pippu su lu purtau lu ventu cu nu sgrusciu di carrozza, u distinu nfamu e tinti ci manciau li cannarozza»

Alessandro Russo

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