Giuseppe Maurizio Piscopo

Come e quando nasce la tua passione per la scrittura?

Più che di una passione per la scrittura io parlerei di una passione per la lettura. Passione che si manifesta in tutta la sua forza imperiosa tardi, ero pressappoco uno studente di prima o seconda Liceo. In occasione di un’occupazione iniziai a leggere “La coscienza di Zeno”: fu un’esperienza esaltante, mi sentivo fratello minore di Zeno nelle sue inconcludenze e nei suoi lapsus. Fu una sorta di catabasi, di discesa corporale nella scrittura: fu quello un viatico fondamentale per me, da lì la passione per la psicanalisi, per Joyce, per Musil, per Kafka. Leggevo e sentivo che quello che leggevo non mi bastava: si innescò una sorta di effetto domino impressionante. Ero in seminario in quel periodo, ad Agrigento: una volta il vescovo allora in carica decise di visitare le camere dei liceali, si fermò dinnanzi al mio comodino, guardò storto i libri che lo affollavano, “Il nome della Rosa” di Eco, “L’uomo senza qualità di Musil”. Ma soprattutto lo insospettì Pirandello: mi disse che non andava letto quell’autore lì, un autore che si era fatto cremare… Come di solito accade, il divieto, l’ingiunzione non fanno che scatenare l’effetto contrario. Lessi di Pirandello tutto quello che potei racimolare, fu la scoperta di un universo perturbante, fatto di finzione, autoinganni, messe in scena, rimozioni… Dopo si manifestò la passione per la scrittura, ma in funzione collaterale, una passione di secondo grado motivata dalla dipendenza e l’assuefazione che sviluppai nei confronti dei libri.

 Come vive uno scrittore agrigentino a Palermo?

Vive come può vivere, nel senso che ti senti in qualche modo estraneo, forestiero. Palermo io l’ho amata per la sua esuberanza romanzesca, come ho provato a spiegare introducendo il mio libro “Palermo di carta”. Non vivo bene in città, preferisco perdermi nei meandri d’inchiostro della Palermo di Natoli, di Tomasi, di Piazzese, di Conoscenti. Alla Palermo reale sovrappongo insomma la mappa letteraria della città. Non mi piace il suo sembiante antropologico, non mi rassicurano i palermitani. Avverto qualcosa di spigoloso, di alieno…

Il tuo lavoro ha cercato di valorizzare grandi Scrittori siciliani un po’dimenticati da Fiore, a Russello…  Cosa ti ha spinto in questa avventura?

Mi ha spinto il piacere stesso della scoperta. A un certo punto ho provato a sollevare il velo, ad allungare lo sguardo per capire cosa si nascondeva al di là del cosiddetto canone letterario. Russello, straordinario scrittore favarese, autore di uno dei capolavori del Novecento, ossia “Giangiacomo e Giambattista”, ha fatto da apripista, giaceva su uno scaffale della libreria di mia madre, che ha insegnato per tanti anni letteratura e storia dell’arte. Penso che sia stata lei l’untrice nei miei confronti, da piccolo sentivo lei che parlava di scrittura letteraria, di romanzi, di Pirandello, di Dante. Lei forse ha inoculato il tarlo letterario, che però è rimasto incubato per un po’. Ho iniziato a leggere scrittori mai censiti o solo nominati di striscio, ho scavato nelle biblioteche, nelle emeroteche, mi sono messo a caccia di tracce bibliografiche. Ne è derivato un godimento intellettuale irrefrenabile: mi sentivo un detective alle prese con indizi, tracce, da utilizzare al fine di dar corpo a un paradigma indiziario. Ho studiato per dieci anni gli autori siciliani dimenticati, ho esplorato l’altra faccia del continente isolano: il risultato lo si può misurare leggendo “I soliti ignoti” e “Le arance non raccolte”, i volumi ai quali mi sento più legato.

Hanno scritto su di te, che hai  uno stile narrativo chiaro, profondo, unico ed originale . Da dove nascono le tue storie?

È stato tra i primi Camilleri a scrivere che la mia pronuncia avvicina il lettore, che si lascia piacevolmente leggere. Io mi sono formato leggendo alcuni critici e non altri: mi hanno avvinto autori quali Cecchi, Pampaloni, Garboli, Baldacci, mi diverte e sorprende oggi un critico come Nigro. Critici scrittori, con uno stile personale, riconoscibile. Uno stile che non atterrisce chi legge, che non lo allontana con la zavorra di note, con il gergo specialistico degli addetti ai lavori, con sovrastrutture teoriche. Uno stile che si mette a servizio delle storie degli altri e che però fa proprie in qualche modo quelle storie, le rimette a sistema sulla base di una visione del mondo, di una certa idea di letteratura. Da qui nasce il desiderio di additare le zone inesplorate della scrittura immaginativa. Va detto che in tutto ciò mi ha aiutato la palestra giornalistica: il fatto di scrivere pezzi da destinare al quotidiano mi ha messo dinnanzi ai miei limiti, agli autismi del proprio mestiere. Ho iniziato a collaborare con Repubblica e mi son fatto le ossa, come si suol dire, provando a semplificare le inutili complicazioni, cercando di essere accattivante, stuzzicando la curiosità dei lettori.

Che cos’è per te la letteratura?

Questa è la domanda delle domande. Non basterebbe nemmeno un numero monografico per provare a rispondere in modo esaustivo. Per me la letteratura è ragionare sulla morte, sui fantasmi della fine nel tentativo di esorcizzarli. Significa insomma fare esperienza dei propri errori, delle debolezze, proiettando i fantasmi della propria interiorità sul fondale della letteratura. La letteratura è una straordinaria menzogna che racconta la verità: si tratta di una magia ipnotica, di un rito sciamanico grazie al quale, ogni volta, la vita degli altri (quella raccontata dai grani, veri scrittori) diventa la tua vita, e se passi dall’altra parte della barricata, ogni volta la tua vita diventa quella degli altri.

Com’ è il tuo rapporto con gli altri scrittori italiani?

Da qualche tempo a questa parte frequento solo i defunti (pratico un esercizio di critica che assomiglia a una seduta spiritica in qualche modo): abbiamo avuto un Novecento straordinario, popolato da autori quali Sciascia (mortificato da tanti critici perché letto come scrittore mafiologo), Pasolini (l’autore più religioso del secolo), Calvino (sempre al riparo da una corazza intellettualistica e però sotto il più tormentato), Parise (inquieto e lucidissimo), e poi ancora la Morante, Natalia Ginzburg, Manganelli, Morselli, Landolfi. Ma il Novecento è stato anche il secolo della critica. Si tratta di una stagione che non ha finito di parlarci, i romanzi degli scrittori che ho appena annoverato sono la cartina al tornasole per leggere la nostra contemporaneità. Oggi la letteratura arranca, è in grande sofferenza. Si pubblicano libri a ritmo industriale ma non lasciano traccia, hanno la durata dello yogurt. Il profluvio di pubblicazioni oltretutto rischia di offuscare quel libro che invece meriterebbe attenzione. Se qualcuno dovesse pubblicare un grande capolavoro, oggi, ci sarebbe il rischio di non accorgersene.

E’ vero, che in Italia più sono gli scrittori che i lettori?

Pare di sì, è triste la constatazione. Nel campo della poesia poi non ne parliamo! Ma cosa ha determinato questa situazione? Forse la scuola, che ha esasperato migliaia e migliaia di studenti, creando disaffezione nei confronti dei libri? Il caso dei “Promessi Sposi” è quanto mai emblematico: si tratta del romanzo scolastico reso indigesto dai professori e odiato a morte dai ragazzi. Il fatto è che spesso sono i professori che non amano la lettura, che segnalano un libro come se fossero dei medici di famiglia, alla presa con la prescrizione di un antibiotico.

Cosa pensi dei premi letterari che vengono “aggiudicati” sempre dalle grandi case Editrici di Milano e dagli Autori che vanno maggiormente nei salotti “letterari” della Tv?

Ne penso tutto il male possibile: di recente la Feltrinelli ha dichiarato la volontà di tirarsi fuori dallo Strega, per i giochi sporchi che lo hanno negli ultimi anni funestato. È la favola del re che è nudo e che tutti gli altri guardano come se fosse vestito. Alla luce poi delle ultime dinamiche del mondo editoriale contemporaneo, non ci si può che allarmare sempre più (la buonanima di Eco aveva ragione!).

A quale scrittore del 900 ti senti più legato?

A Kafka probabilmente: è lo scrittore più emblematico, quello che ha filtrato il 900 in tutti gli aspetti più inquietanti. Lasciamo perdere per un attimo i suoi titoli più noti e letti: pensiamo per un attimo ad “America”, romanzo visionario che anticipa il dramma dell’emigrazione, dell’espatrio, dell’alienazione territoriale e culturale che oggi si ripete quotidianamente. Oltretutto le sue pagine risultano talmente allusive, enigmatiche, cangianti, che ti costringono a un esercizio estremo di esegesi: ma in esergo, intravedi sempre l’uomo alle prese con le sue ossessioni, coi suoi incubi. Un uomo sospinto dal viluppo dei sogni, dalla forza dei desideri e però costretto a precipitare nel fango dell’incomprensione e del tradimento (a cominciare da quello del suo migliore amico, Brod).

Tutti i siciliani nutrono grandi speranze sulla tua carriera ed attendono il libro che ti renderà famoso nel mondo, quando lo scriverai?

Mi sembra parossistico: io non programmo il mio lavoro, a un certo punto si creano grumi tematici che mi costringono a una pausa di riflessione. Si mettono di mezzo e chiedono di essere sciolti: da qui l’analisi, il tentativo di diluire la complessità. Al momento sto provando a mettere insieme un po’ di pagine sul rapporto tra creazione di un’opera letteraria e distruzione che caratterizza la storia della letteratura. Vediamo cosa uscirà fuori, ma sarà un piccolo volumetto che spero possa essere letto da venticinque lettori (Manzoni docet!).

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sono tanti, magari solo alcuni si realizzeranno, altri si perderanno per strada, altri naufragheranno. Da qualche anno dirigo una scuola per attori presso l’Agricantus e da un anno sono direttore artistico del teatro l’Idea di Sambuca. Si tratta di un versante che negli ultimi anni mi affascina particolarmente e sul quale proverò a muovermi ancora.

Sto lavorando a due volumi di racconti, uno fatto di storie nere, racconti di fantasmi di scrittori italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’altro di racconti sul Natale, pensato per scardinare il canone anglosassone, secondo il quale il Natale è materia esclusiva di certi autori stranieri. Dentro ci saranno Collodi, la Deledda e altri ancora. Il tutto, per l’editore 21. Poi con il mio collega Fabio La Mantia, comparatista, sto lavorando a una collana di critica letteraria per gli editori del Palindromo. Come vedi, la carne al fuoco non manca. Dimenticavo: per Mondadori, assieme a Silvano Nigro e altri colleghi, sto lavorando a una storia della letteratura italiana. Io mi occuperò del Novecento: si tratta di una impresa che mi mette un po’ di paura