SPECIALE ANGELO MASSIMINO 2

SPECIALE ANGELO MASSIMININO
marzo 4, 2016
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SPECIALE ANGELO MASSIMINO 2

“Di Marzio: medicina efficace nel breve, ma letale a lungo termine”

Estate 1983: Gianni Di Marzio e Angelo Massimino in Brasile...

Estate 1983: Gianni Di Marzio e Angelo Massimino in Brasile… 

La seconda parte del racconto di Alessandro Russo: dall’avvento di Gianni Di Marzio all’incidente del 4 Marzo 1996.

Il rilancio targato Gianni Di Marzio e la promozione del 1983
Estate 1982. Angelo Massimino è alla ricerca del salto di qualità e di una soluzione che ponga fine all’alternanza tra tecnici pacati e ruspanti che ha caratterizzato le precedenti stagioni. La panchina etnea viene così affidata a Gianni Di Marzio, tecnico che ha un certo pedigree avendo conquistato una promozione in A col Catanzaro e avendo allenato con profitto il Napoli in massima serie. Al riguardo Alessandro Russo ricorda: “Quando mio nonno chiama Di Marzio ha bisogno della medicina giusta, è convinto che sia lui, perché è reduce dalla gestione Mazzetti che ormai aveva fatto il suo tempo. Apparentemente è così, ma in verità quella medicina ha fatto molto più danno a lungo termine. Al riguardo Lorenzo Barlassina, riferendosi a Di Marzio, disse a mio nonno ‘Non lo prendere, perché ti porterà nei guai’”. Barlassina sarà proprio uno degli “epurati” dell’estate 1982.
Russo non manca però di sottolineare gli indubbi meriti della gestione Di Marzio: “Portò giocatori di un certo spessore come Giovannelli e Mastropasqua, che si rivelarono molto forti, e fu molto bravo nel tener unito il gruppo negli spareggi di Roma”. Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, già nella prima trionfale stagione: tra l’allenatore e il presidente si registrano le prime frizioni, legate alla forte personalità del trainer che non si limita al ruolo di allenatore ma che controlla parecchi aspetti della gestione tecnica…e ambientale. “Non era un allenatore, era anche un procuratore, un giornalista…un teatrante. Un Rambone evoluto, con più furbizia e malizia.”

1983: Massimino con il brasiliano Luvanor 

Le scelte targate Di Marzio compromettono la massima serie e il futuro societario
Così, dopo la “tregua” per gli spareggi di Roma i tempi sarebbero maturi per una separazione.“Nell’estate del 1983 mio nonno voleva mandare via Di Marzio perché aveva intuito il suo modus operandi. Ma la città ne era rimasta ammaliata e lo impose. Dal canto suo Di Marzio aveva un accordo col Palermo, era pronto ad andare, ma poi si rese conto che non sarebbe stata la mossa giusta, a causa dei legami instaurati a Catania con i tifosi e alcuni giornalisti. Si rese conto che a Catania il terreno era fertile per conservare il potere che si era costruito. Faceva il bello e il cattivo tempo, chiese a Massimino di innalzare del 20% il monte ingaggi.” Aspetto, questo, che permette a Russo di ricollegarsi alla “medicina che ha fatto molto più danno a lungo termine”: “I problemi del 1993 iniziarono proprio a causa della conferma di Di Marzio, imposta dall’ambiente nel 1983. Il mister napoletano intendeva fungere anche da direttore sportivo per incrementare il proprio prestigio personale e con mio nonno in estate si recò in Brasile a caccia di giocatori, tornando però con Luvanor e Pedrinho, non proprio delle prime scelte.” Qui Russo fa un parallelismo col film “L’allenatore nel pallone”, realizzato nel 1984, che relativamente al pittoresco viaggio a Rio De Janeiro di Oronzo Canà (Lino Banfi) e Andrea Bergonzoni (Andrea Roncato) potrebbe essersi ispirato proprio alla “missione” portata a termine non proprio al meglio dal tandem Di Marzio-Massimino l’anno precedente.
Oltre ai brasiliani arrivano altri giocatori imposti dal tecnico (Sabadini, Bilardi, Torrisi) che costano caro alle casse del club e che non renderanno come ci si aspettava. “Con Di Marzio – prosegue Russo – si vanificò tutto quel che di buono era stato fatto nelle stagioni precedenti. E’ stato come una droga: all’inizio ti fa stare bene, facendoti credere di poter raggiungere ogni traguardo; dopo, però, quando l’effetto è svanito, fatichi a contare i danni che ha causato. Desiderava occuparsi di tutto quello che si riferiva agli ad ogni aspetto logistico di ciascuno dei calciatori. Prima di parlare col presidente di ingaggi, giusto per fare un esempio, ogni calciatore doveva vedersi con Di Marzio a quattr’occhi.” Una squadra senza santi in paradiso, costruita male, è protagonista di una stagione che si rivela un tracollo. A dicembre Massimino esonera Di Marzio e chiama G.B. Fabbri ma il campionato è ormai compromesso.

1983-84: Angelo Massimino con il portiere juventino Dino Zoff 

Dal principio di risanamento targato Bulgarelli al passaggio di mano
Si giunge così al clima pesante che si respira, dopo la retrocessione, durante l’estate del 1984. “E’ il momento più basso dei rapporti tra Massimino e la città. Non gli si perdona il pugno a Sabadini, l’esonero di Di Marzio, la retrocessione, gli errori grammaticali. A sua volta la stampa scrive peste e corna e in via Etnea si susseguono i cortei che invitano il presidente a mollare la presa.” Ma Massimino non cede e per ricompattare l’ambiente si affida a una figura carismatica e professionale come quella di Giacomino Bulgarelli, che ricopre il ruolo di ds. Archiviata l’era Di Marzio, torna l’alternanza tra “fuoco ed acqua santa” che ha sempre caratterizzato la gestione del presidentissimo, e la panchina viene affidata al mite Renna. La squadra risponde bene e lotta per le prime posizioni per metà campionato, fin tanto che, nel girone di ritorno, il presidente commette l’ennesimo grave errore, quello di mandare via Bulgarelli spezzando l’idillio con Renna. Il Catania perde posizioni e riprendono i malumori della piazza. Al riguardo, Russo osserva: “Con la partenza di Bulgarelli ritorna la confusione. Se Giacomino Bulgarelli fosse rimasto al suo posto, mio nonno avrebbe avuto solo vantaggi dalla sua presenza.”
Dopo un tribolato 1985/86, caratterizzato da una salvezza conquistata nelle ultime giornate dopo il ritorno del redivivo Rambone, si giunge all’estate del 1986 che rappresenta una svolta (in negativo) dell’interesse del presidente nei confronti della squadra. Infatti, disilluso e demotivato, Massimino parte per l’Argentina e poco prima che inizi la stagione il Catania è senza un ds che provveda ai necessari nuovi acquisti. Rientrato in Italia il presidente conferma Rambone in panchina e prende giocatori in saldo, buona parte dei quali ormai anziani (Braglia, Vullo, Sorbello, Mattolini e Novellino, tra gli altri). Il campionato è fallimentare e l’allenatore partenopeo, dopo un 4-0 rimediato a Campobasso, rassegna le proprie dimissioni. Alessandro Russo ne approfitta per fornire un ritratto personale: “Era un tecnico troppo difensivista e in quella stagione non riuscì a dare un’impronta di gioco alla squadra. Ricordo che il numero 10, che era il mio numero preferito, veniva talvolta assegnato a De Simone, un difensore.” Al posto di Rambone arriva Bruno Pace. Col nuovo trainer il Catania disputa una buona prova a Messina, contro una squadra in lotta per la promozione in Serie A, che annovera tra le proprie fila un certo Totò Schillaci. Curioso l’aneddoto che ci svela Russo al riguardo: “Il Catania vince 1-0 al Celeste fino a pochi minuti dalla fine; Pace viene espulso e Novellino, che è all’ultimo anno da calciatore e in quel momento siede in panchina, prende le redini della situazione e, in pratica, comincia la sua carriera da allenatore. La partita finisce 1-1.” Il Catania retrocede in C1 all’ultima giornata, dopo la sconfitta di Cesena, che consente alla squadra locale di festeggiare la promozione in Serie A. “Quel giorno – ricorda Russo – a causa di un infarto morì un tifoso del Cesena presente allo stadio. Nella mia immaginazione quell’evento rappresentava la fine di un’epoca.”
Non è un caso, infatti, che da lì a breve si materializzerà il passaggio di proprietà. La stagione 1987/88 comincia ancora sotto la guida di Angelo Massimino, che rinnova la squadra e la affida alle cure di un tecnico emergente come Osvaldo Jaconi. I risultati però non sono del tutto convincenti, la fiducia della stampa e della piazza è ormai smarrita da tempo e il presidentissimo capisce che è arrivato il momento di passare la mano. Al suo posto si insedia Attaguile (presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari di Catania) insieme ad altri personaggi legati al mondo della politica che di pallone, secondo Russo, ne capiscono ben poco: “Massimino fu uno spartiacque tra gli interessi politici e la genuina passione sportiva, alla quale abbinava il proprio interesse per la popolarità. Dopo aver passato la mano, nell’immediato non sentiva la mancanza della gestione del club, d’altronde in quel momento considerava concluso il suo ciclo, ma pian piano cominciò ad avvertire l’esigenza di ritornare, fino a sognare che la città lo richiamasse e lo riaccogliesse a braccia aperte.” Uno dei tanti corsi e ricorsi storici…

1993: Massimino festeggiato dai tifosi 

Il ritorno e i tanti problemi degli ultimi anni
Il “nuovo corso” sconfessa subito le scelte di Massimino, a partire da Jaconi, esonerato perché scelto dall’ex presidente. Anno dopo anno, la gestione Attaguile si rivela deficitaria, tant’è che sarà lo stesso politico grammichelese a richiamare Massimino al capezzale del Catania, che dopo una serie di stagioni fallimentari si ritrova nell’estate del 1992 a un passo dal baratro. “Attaguile in quel periodo fa delle figure barbine, – osserva Russo – prima afferma che Massimino è il male del Catania, successivamente si contraddice riconoscendo che solo lo stesso Massimino può salvare il Catania dal fallimento.”
Si concretizza così il “gran ritorno”. Il presidente affida la panchina a Bianchetti e tra i componenti dell’organico che affronta il campionato 1992/93 si afferma un giovanissimo Orazio Russo, che se dipendesse da Massimino giocherebbe sempre. Exploit di Palermo a parte, la stagione è avara di gioie. Si arriva così alla famigerata estate del 1993, che comincia coi proclami del fantomatico Natale Pappalardo e prosegue con le ben note vicende del conflitto con la Federazione e il tentativo di radiazione che ne consegue. In quel periodo riprendono le contestazioni, che ciclicamente la piazza gli ha rivolto. “Ero con lui quando gli lanciarono le uova a casa. Nell’anno della tentata radiazione le sue condizioni di salute si aggravarono, era debilitato dal diabete e andava progressivamente perdendo la vista, ma non intendeva mollare di un centimetro. Per farsi raccontare le partite si affidava a noi nipoti, in particolar modo a mio fratello Adriano, preferito ai collaboratori non molto attendibili che si ritrovava in società.”
Il Catania riparte dall’Eccellenza ma Massimino non smette mai di coltivare il desiderio di giustizia in virtù del quale auspicherebbe un ripescaggio in Serie C1, che però non arriva. E così, mentre il Calcio Catania 1946 è costretto a scalare uno dopo l’altro i piani dell’italico pallone, in città si respira aria di novità. Proprio nel 1993 Franco Proto, già patron dell’Atletico Leonzio, fonda il Catania ’93, che gioca nel C.N.D. e l’anno dopo in seguito alla fusione con l’altra società dell’imprenditore di Troina darà vita all’Atletico Catania, sodalizio militante nel campionato di C1 che cerca di sottrarre tifosi e attenzione al “vero” Catania, quello di Massimino. Quest’ultimo, però, come ci riferisce Alessandro Russo, non se ne cura: “Franco Proto, il suo Catania ’93 e l’Atletico per lui non contavano nulla. Non li ha mai considerati come una minaccia, mai! Sapeva che a Catania c’era spazio solo per il suo Catania”.

1998-99: stagione del ritorno in C1 

Nel giro di un paio d’anni in Catania torna nel professionismo, ma i problemi non mancano. Le condizioni precarie di salute del presidente non gli consentono di recitare la parte del “padre-padrone” che ha sempre ricoperto, e i collaboratori ne approfittano, spacciando il tecnico Leonardi per un profilo emergente. La tifoseria dimentica in fretta il successo della promozione in Serie C2 e di fronte alle prime crepe della gestione ed agli altalenanti risultati riprende a contestare. Ne fa le spese proprio lo stesso presidente a Valverde durante un allenamento pomeridiano nel gennaio del 1996, quando si erge a difesa del proprio tesserato Nino Barraco. Neanche quest’episodio lo distoglie dal sogno di riportare la società in Serie C1. Proprio per continuare a coltivare tale sogno il 4 marzo 1996 si reca a Palermo insieme al genero Pino Inzalaco per incontrare il vice-presidente di Lega Macalli. Al rientro da Palermo, la lunga rincorsa del presidentissimo, iniziata circa quarant’anni prima con una valigetta, si arresta contro un guard-rail nei pressi di Scillato. A quel punto la palla passa ai suoi eredi: “Subito dopo la sua morte ci guardammo in faccia, senza aver alcun dubbio su cosa fare del Catania: dovevamo riportarlo in quella Serie C1 che era stata ingiustamente sottratta a mio nonno.”

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